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Antonella Selva (a sinistra nella foto) con  Asmaa Kherrati DehGiovedì 22 Ottobre scorso, presso lo Spazio Giovani della Biblioteca Civica di Vicolo Santa Maria a Parma, si è tenuto un incontro dedicato al Fumetto abbastanza sui generis. Innanzitutto bisogna dire che l'evento faceva parte del festival "Kuminda per il diritto al cibo" (che da anni si prodiga, organizzato da varie associazioni del territorio, per la divulgazione di uno stile di vita equo-solidale e di un'etica profonda nella gestione delle risorse, soprattutto alimentari e ambientali) e che il luogo in cui si è svolto è un punto di ritrovo, aggregazione e integrazione per i giovani della città. Parlo di integrazione perché lo Spazio Giovani della Biblioteca, gestito da Manuela Zambrelli e dall'educatrice Chiara Arneodo, è frequentato soprattutto da ragazzi stranieri, extracomunitari (nel senso di comunità europea), o figli di coppie miste.

 

 

 

Ayoub Abid

Questa situazione, fertile già di per sé, è stata allora arricchita dagli ospiti dell'incontro: il fumettista, illustratore e street artist marocchino Ayoub Abid, la fumettista italiana Antonella Selva e l'operatrice freelance di cooperazione internazionale Asmaa Kherrati che ha funto da mediatrice dell'incontro e traduttrice. Proprio grazie ad Asmaa Kherrati e al progetto Migraction (progetto di teatro di strada che mira a coinvolgere anche il pubblico nelle rappresentazioni e volto alla sensibilizzazione nei confronti dei migranti) Ayoub Abid e Antonella Selva si sono incontrati a Casablanca (città di Abid) e hanno organizzato questo tour che li sta vedendo impegnati in questo periodo per promuovere il loro operato e soprattutto il loro messaggio.

Ayoub Abid ha portato con sé alcune copie della rivista di fumetti marocchina "Skef kef" (copie ora consultabili in Biblioteca) testimoniando l'attuale fermento artistico di Casablanca. La rivista prende il nome da un sandwich molto popolare in marocco (Skef kef appunto) fatto con carne di montone e vari altri ingredienti (molti dei quali sconosciuti, assicura il fumettista) detto anche "khanez o bnine" ovvero "puzzolente ma buono" e proprio a questo mix che così da vicino ricorda anche la loro città, Casablanca, gli artisti della rivista hanno voluto fare riferimento.

 

 

 

Asmaa KherratiLa redazione di "Skef kef" si riunisce una settimana ogni tre mesi e in quel tempo viene progettato e creato il nuovo numero della rivista, lavorando in questo modo a contatto gli uni con gli altri. "Skef kef" è una rivista totalmente indipendente scritta in diletto marocchino e dedicata alla diffusione di quest'arte sul territorio. Ayoub, incalzato dal pubblico che chiedeva a quali "correnti" fumettistiche si ispira nelle sue opere, ha detto di essere quasi totalmente autodidatta anche per quanto riguarda l'immaginario visivo di riferimento. In Marocco infatti il fumetto sembra essere ben poco conosciuto e seguito: le opere occidentali sono di difficile reperibilità ed è soprattutto il manga (fumetto giapponese) ad essere diffuso e letto. Sfogliando "Skef kef" si può notare subito l'influenza nipponica nel tratto e nelle espressioni dei personaggi, ma rimane ben marcata una "biodiversità" nell'opera complessiva e nell'intenzione del racconto (per quel che ho potuto intuire dalle immagini, essendo i testi in arabo). Da' l'idea di un qualcosa proveniente da un differente territorio umano (come a conti fatti è) e sfogliarlo permette alla creatività di sgabbiarsi dai solidi preconcetti occidentali.

Molto vicino alla nostra sensibilità visiva è invece l'altra opera di cui si è parlato allo Spazio Giovani: "Femministe. Una storia di oggi" di Antonella Selva. Graficamente molto vicino a noi ci propone però il punto di vista di un'altra cultura. Antonella Selva vive a Bologna ma è sposata con un marocchino da anni impegnato nell'accoglienza degli immigrati tramite la sua associazione "Sopra i ponti" (anch'essa coinvolta nell'organizzazione dell'evento).
Già il sottotitolo, "Una storia di oggi", ci fa sapere che non siamo negli anni 60 e che le "Femministe" di cui andremo a leggere sono di tutt'altro tipo. Il fumetto ci parla infatti di tre donne, una professoressa italiana, una donna marocchina immigrata in Italia che si mantiene facendo la colf e una giovane studentessa nata in Italia da genitori marocchini. Questa scelta dei protagonisti permette all'autrice di portarci nelle loro vite esponendo al lettore, con grande chiarezza, la sua idea: portare tramite il mezzo fumetto la rappresentazione di sé che i migranti hanno e non quella, spesso tendenziosa e gerarchica, che hanno di loro i "padroni di casa". In particolar modo l'attenzione è incentrata sul velo e sul presunto sopruso che questo rappresenterebbe per una donna marocchina o comunque islamica. Le donne italiane più aperte ed "emancipate" vedono il velo come una restrizione alla propria libertà personale ed espressiva, quando invece, secondo Antonella Selva, si tratta di una questione culturale molto intima. Questo tipo di visione democratica-occidentale, aggiungo io, credo debba molto all'influenza americana sul nostro stile di vita, quella libertà obbligatoria di cui cantava anni fa Giorgio Gaber e che oggi sembra essere parte essenziale di tante incomprensioni e razzismi (e guerre).
Antonella Selva ci dice che tendiamo sempre ad una certa visione gerarchica nei confronti degli immigrati, specie se questi lavorano per noi come badanti o colf. Ci mettiamo sempre su un altro piano rispetto a loro, forti del nostro benessere e della nostra presunta cultura moderna ed evoluta (un po' come quando consideriamo le culture primitive ingenue e arretrate).
Nella graphic novel vediamo allora Irma, insegnate emancipata con un passato da attivista, prendere a servizio Hayat ("vita" in arabo), immigrata in attesa del permesso di soggiorno. Irma non riesce a capire perché questa donna, ormai lontana da casa e dalla legge coranica che la vuole con il velo, continui comunque a portarlo. Lo scioglimento del nodo viene affidato narrativamente ad Afkar, studentessa di Irma e amica di Hayat che, rappresentando l'integrazione reale e fisica delle due culture (è figlia di immigrati e nata in Italia), dimostrerà la sua verità (e quella di Antonella Selva) su questo problema .
Una gran parte del libro (la più bella e suggestiva a mio parere) è dedicata poi al passato di Hayat e alle sue vicissitudini prima di arrivare in Italia. È il momento più toccante e profondo. Se nel resto dell'opera ci viene presentato uno spunto di ragionamento con personaggi inventati, la vita di Hayat è invece ispirata ai reali trascorsi di una donna conosciuta da Antonella Selva e alle esperienza in terra marocchina dell'autrice stessa. Preponderanti in questa parte sono i luoghi e il cibo. Molto ispirata nel tratto dal lavoro di Vittorio Giardino (grande fumettista italiano, amato come sempre soprattutto in Francia), e a mio parere anche da quello di Will Eisner, la resa scenica e sentimentale del Marocco e della gente è intensa e potente. Vari momenti di preparazione di alimenti e bevande poi presentati in tavola rubano spesso il primo piano ai protagonisti e il lettore viene rapito dal tratto semplice ma gustoso che li rappresenta, mentre l'azione continua a svolgersi nei dialoghi di sottofondo che sembrano quasi chiedere scusa della loro invadenza narrativa. A tratti la rappresentazione sentimentale del cibo in "Femministe. Una storia di oggi" mi ha ricordato quella che ne da Jiro Taniguchi nel suo splendido "Gli anni dolci" (adattamento a fumetti di un'altrettanto splendido romanzo, "La cartella del professore" di Kawakami Hiromi) e per chi conosce il maestro giapponese capirà che non è un paragone da poco.
Mi sono così ricordato che per capire un popolo devi viverlo profondamente dall'interno, impregnandoti dei suoi odori e sapori, delle sue musiche, delle sue danze e degli accenti della sua lingua. Non bastano certo i volti sfuggenti e stranieri intravisti in una metropoli né tantomeno quelli proposti dalle televisioni o dagli articoli di giornale.
Quindi grazie ad Antonella Selva per averci regalato questo gioiellino, ad Ayoub Abid per aver attraversato il mare (buon per lui, legalmente) ed aver portato alla nostra cittadina il fermento di Casablanca e ad Asmaa Kherrati per aver introdotto e tradotto questo fertile incontro. Infine, grazie al festival "Kuminda per il diritto al cibo" che ogni anno ci fa sentire un po' meno provinciali, soprattutto nello spirito.

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